Il sindacato chiede al Cantone un intervento immediato in questi giorni di caldo estremo per mettere in sicurezza le lavoratrici e i lavoratori più esposti alle elevate temperature. Settimana prossima incontro con le autorità
Tratto daArea
Sono le due del pomeriggio di mercoledì 8 luglio 2026. In piazza Governo, a Bellinzona, il termometro segna 37 gradi.
Nessuna sala climatizzata, nessuna ricerca dell’ombra: il sindacato Unia Ticino e Moesa sceglie volutamente di convocare la conferenza stampa sotto il sole. Mezz’ora basta ai presenti per capire che cosa significhi trascorrere un’intera giornata lavorativa in determinate condizioni climatiche. Un assaggio, evocatico e potente, di quello che vivono ogni giorno molte lavoratrici e molti lavoratori nei cantieri, nelle fabbriche, nelle cucine, nei magazzini, sulle strade.
La scelta simbolica accompagna una richiesta molto concreta: intervenire subito per proteggere la salute di chi lavora durante le ondate di calore. Giangiorgio Gargantini, segretario regionale di Unia Ticino e Moesa, è lì, con i colleghi sindacalisti Chiara Landi e Vincenzo Cicero, per chiedere una presa di coscienza politica immediata. Un appello a sospendere immediatamente il lavoro laddove le condizioni sono estreme.
«Agiamo subito, siamo già in ritardo», è il messaggio lanciato dal sindacato. Unia ha inviato ieri una lettera all’Ispettorato cantonale del lavoro chiedendo misure "qui e ora" e un aggiornamento delle direttive cantonali per affrontare una situazione che, secondo l’organizzazione sindacale, non può più essere considerata eccezionale.
Il punto di partenza è la constatazione che il caldo non è più soltanto un disagio estivo, ma ha assunto una dimensione tale da essersi trasformato in un serio rischio professionale. Il cambiamento climatico sta mettendo in crisi un sistema di tutela del lavoro costruito per un clima che non esiste più.
Oltre i cantieri, c'è un altro caldo invisibile
Quando si parla di lavoro in condizioni di temperature roventi, il pensiero corre immediatamente ai cantieri e alle persone esposte al sole. Ma il problema è molto più ampio.
«Pensiamo sempre a chi lavora all’esterno, ma ci sono settori dove il caldo è altrettanto devastante, ma molto meno visibile» ha sottolineato Vincenzo Cicero, responsabile del settore industria di Unia Ticino e Moesa. Il sindacalista ha portato l'attenzione alle situazioni di malessere vissuto nelle stirerie o nelle fabbriche. «Nell’industria il pubblico vede meno gli effetti della canicola, ma sono altrettanto pesanti. Immaginate che cosa significhi lavorare in una fonderia in questi giorni».
Una delle immagini più forti evocate nella bollente conferenza stampa riguarda la cucina di un esercizio pubblico : secondo quanto riferito da Unia, il termometro avrebbe raggiunto i 45 gradi. Una situazione resa ancora più paradossale dal fatto che il ristorante dispone di un impianto di climatizzazione, che non viene utilizzato per contenere i costi energetici. Non solo. Landi ha riferito che ai dipendenti è stata chiesta «una trattenuta di 50 franchi mensili sullo stipendio per poter accendere l’aria condizionata».
Un episodio che, al di là del singolo caso, diventa emblematico di una questione più ampia: quanto può essere lasciata alla sola scelta aziendale la protezione della salute quando le condizioni ambientali diventano estreme?
Il profitto e la vita delle persone
«Siamo stufi di vedere le ambulanze entrare nelle fabbriche per soccorrere lavoratrici e lavoratori colpiti da malori» ha tuonato Gargantini. «Il profitto è importante, nessuno lo contesta, ma non a scapito di mettere in pericolo la vita delle persone. Gli accorgimenti esistono: devono essere adottati» ha continuato il segretario regionale.
Secondo Unia, non mancano le possibilità di intervento: a livello nazionale il sindacato ha c0hiesto la sospensione totale del lavoro nei cantieri e nelle attività all’esterno quando il termometro supera i 33 gradi. Una richiesta che, secondo Gargantini, non è fuori dalla realtà: a Ginevra l’Ispettorato del lavoro ha decretato l'interruzione per le attività svolte all’aperto, mentre per quelle indispensabili è stato introdotto un sistema di alternanza: a 15 minuti di lavoro devono seguire 45 di stop per idratarsi e recuperare la temperatura corporea. Una turnazione dove accanto a un lavoratore che entra in pausa, ce n'è un altro che riprende l'attività, permettendo alla produzione di non fermarsi completamente.
"Il Ticinosegua Ginevra"
«Se lo ha fatto Ginevra, è fattibile anche da noi. Per i lavori indispensabili proponiamo non più di 20-30 minuti consecutivi di attività, seguiti da una pausa equivalente» ha spiegato Gargantini. E qui non parliamo solo di «misure tecniche, ma di una presa di coscienza politica».
Chi protegge chi lavora sotto il sole?
Nel corso dell'incontro con i media, il sindacato ha richiamato anche la situazione di strade. Gargantini ha citato il caso dei tre cantieri autostradali attivi nella zona di Lugano Nord, sostenendo che gli operai si trovano a lavorare senza adeguate zone d’ombra, con il calore che viene amplificato dal cemento e dall’asfalto. Una critica è stata rivolta anche al ruolo del committente pubblico, USTRA, che secondo il segretario regionale avrebbe potuto adottare misure più incisive per alleggerire le condizioni di lavoro durante questa fase di caldo estremo.
Un altro esempio fatto riguarda gli agenti del traffico e il personale della sicurezza, spesso costretti a trascorrere intere giornate all’aperto sotto la morsa della canicola e «senza la possibilità di effettuare pause adeguate e in assenza di misure di protezione sufficienti per la loro salute» come ha affermato Chiara Landi.
La sindacalista ha insistito sulla necessità di aggiornare le direttive cantonali: «Il principio deve essere chiaro: sopra una determinata temperatura il lavoro si interrompe, ma oggi, nel presente, non al termine della ridefinizione delle norme, perché è già troppo tardi».
Il medico del lavoro: il caldo non è più un'eccezione
La questione sollevata da Unia trova un riscontro anche nell’evoluzione della medicina del lavoro. Dal 1° gennaio 2025 l’Ente ospedaliero cantonale (EOC) ha creato un Servizio di medicina del lavoro, affidandone la responsabilità al dottor Davide Giunzioni.
La sua funzione è valutare l’idoneità dei collaboratori, prevenire malattie e infortuni legati all’attività professionale e offrire consulenza anche alle aziende esterne che vogliono sviluppare sistemi di prevenzione.
«Sono un tramite nel tutelare le lavoratrici e i lavoratori: non sono il loro curante, ma un esperto della salute che può monitorare le condizioni dei singoli e dare indicazioni alle aziende per prevenire i rischi professionali nell'esercizio dell'attività da parte dei dipendenti» spiega Giunzioni.
Per il medico il caldo non può più essere considerato un semplice fastidio stagionale. «Un tema diventa nuovo finché non viene percepito come tale, anche se esisteva già» osserva. Il problema – continua – oggi è la durata e la diffusione delle ondate di calore.
«Abbiamo avuto la canicola a maggio, siamo passando da giugno a luglio in stato di allerta e le prossime settimane estive restano ad alto rischio». Il pericolo, però, non dipende soltanto dalla temperatura esterna: dipende dal tipo di attività, dal dispendio energetico per svolgerla, dall’interazione con macchinari che producono calore, dalla presenza di patologie croniche e, l’assunzione di determinati farmaci che «potrebbero essere fatali in determinati contesti professionali».
E c’è anche una dimensione sociale. «I lavori più esposti sono spesso anche quelli più precari» rileva il medico del lavoro. «Il lavoratore per timore potrebbe avere difficoltà a chiedere al proprio datore degli accorgimenti».
Nuovi principi
Pare che il quadro normativo si stia muovendo. Giunzioni ci trasmette le direttive EKAS, aggiornate nell'ottobre 2025 dalla Commissione federale di coordinamento per la sicurezza sul lavoro, che segnano – a suo dire – un primo cambio di passo: la protezione della salute entra a pieno titolo nella gestione della sicurezza professionale. I datori di lavoro sono chiamati a individuare sistematicamente i rischi per la salute, comprese le esposizioni a condizioni termiche estreme, e ad adottare misure adeguate. Quando i rischi lo richiedono, devono avvalersi di medici del lavoro e specialisti della sicurezza.
Per Giunzioni si tratta di un cambiamento culturale necessario. «La Svizzera è un paese molto liberale e va bene quando tutti sono responsabili» annota. Lasciare ampi margini alla responsabilità individuale – prosegue il medico del lavoro – può favorire livelli molto diversi di protezione. Per questo «un paese virtuoso come la Svizzera potrebbe fare di più in materia di protezione della salute dei lavoratori».
Il caldo, ormai, non è più soltanto una questione meteorologica. È una sfida che riguarda il modo stesso in cui organizziamo il lavoro in una società che sta cambiando temperatura. E la domanda che ha attraversato la conferenza stampa di Unia e le riflessioni dello specialista della salute sembrano convergere: quanto si è disposti ad adattare l'organizzazione del lavoro, che fa rima con profitto ed economia?
