Tratto da Area
“I lavori cominciano all'alba. Ma noi cominciamo / un po' prima dell'alba a incontrare noi stessi/ nella gente che va per la strada... La città ci permette di alzare la testa / a pensarci, e sa bene che poi la chiniamo”, scriveva Cesare Pavese. Era il 1936. La raccolta di poesie si chiamava “Lavorare stanca” e, sebbene di tempo ne sia passato parecchio, lavorare non solo continua a stancare, ma sempre più fa pure adirare, imprecare, esaurire. Lo dimostra anche uno studio di recente pubblicato dalla compagnia assicurativa Axa, dal quale emerge come, in Svizzera, i conflitti tra lavoratori e datori di lavoro siano in forte crescita.
Ma non è vero, come diceva Pavese, che sempre i lavoratori chinano la testa: con maggiore frequenza, questi chiedono invece consulenze giuridiche volte proprio ad orientarsi riguardo a come è necessario agire per tutelarsi. Nel 2025, l'incremento più marcato in questo senso ha riguardato le violazioni dell'obbligo di assistenza da parte dei datori, ambito nel quale le richieste di assistenza sono aumentate del 36% rispetto al 2024. Si tratta di casi in cui l'azienda non tutela la salute, l'integrità o gli interessi dei dipendenti (casi che comprendono situazioni di mobbing o altre forme di pressione). In forte aumento anche le controversie legate ai licenziamenti abusivi, cresciute del 26%, nonché le richieste relative ai certificati di lavoro contestati per formulazioni ritenute inesatte o troppo negative, cresciute del 14%. Mentre altri studi recenti lanciano l’allarme non solo riguardo la salute mentale dei lavoratori, ma pure sui costi che un’inadeguata tutela di quest’ultima genera (Promozione salute Svizzera rileva che il 30% dei lavoratori è stressato e che ciò genera ogni anno, tra turnover, assenze e calo della produttività, costi pari a 6.5 miliardi di franchi), le associazioni di imprenditori minimizzano. Ne abbiamo quindi approfittato per fare chiarezza con la Segretaria politica dell’Unione Sindacale Svizzera ticinese (USS-TI) Nicole Rossi.
Nicole Rossi, dal bilancio di Axa emerge un aumento significativo delle controversie legali. Il sindacato riscontra questa tendenza? Se sì, si tratta di una relativa novità o di un fenomeno già noto?
Si tratta effettivamente di una tendenza con la quale le nostre federazioni sono confrontate da diversi anni. È quindi un fenomeno già in atto anche a livello sindacale e denota certamente un peggioramento generale delle condizioni di lavoratrici e lavoratori sui posti di lavoro.
Le associazioni di imprenditori sostengono che a fare stato siano le condanne effettive e non le controversie segnalate.
Per noi, invece, è esattamente il contrario: sono le controversie segnalate che devono fare stato. Infatti, anche quando la vertenza si conclude con una conciliazione tra le parti, questa non compare tra le condanne. Tuttavia, se un datore di lavoro accetta, ad esempio, di versare un'indennità, ciò costituisce di fatto un riconoscimento di una responsabilità o di un torto. Per questo motivo riteniamo fondamentale che siano le segnalazioni e le controversie emerse a essere considerate, e non esclusivamente le condanne definitive.
Come è possibile spiegare, da un punto di vista sindacale, questi dati? Sono riconducibili a una maggior disponibilità dei lavoratori a rivolgersi all’assicurazione giuridica oppure la sensazione è che vi sia un generale deterioramento del rispetto che i datori riservano al lavoro e ai lavoratori?
Per le federazioni dell'USS, la spiegazione di questi dati è semplice: non si tratta tanto di una semplice percezione, quanto della certezza che vi sia un effettivo deterioramento delle condizioni di lavoro. Questo fenomeno è riconducibile a una crescente pressione esercitata dai datori sul personale a tutti i livelli. Anche in Ticino – soprattutto nel settore privato, ma con eccezioni non rare pure nel pubblico – osserviamo un progressivo peggioramento della situazione, con un numero sempre maggiore di datori di lavoro che si comportano come se fossero al di sopra delle norme e dei diritti di lavoratrici e lavoratori. A ciò si aggiunge un clima politico e sociale sempre più polarizzato, caratterizzato da un aumento delle tensioni e della conflittualità tra le diverse classi sociali. Questo si riflette inevitabilmente anche nei luoghi di lavoro, dove gli scontri diventano più frequenti e più aspri. Di conseguenza, si creano situazioni lavorative sempre più difficili da sostenere e le cessazioni dei rapporti di lavoro avvengono con modalità meno concilianti e decisamente più conflittuali.
Alcune analisi indicano che i conflitti interpersonali irrisolti e il mobbing sono in crescita, oltre che essere tra le cause primarie di assenza per malattia in Svizzera. Si tratta dunque di un problema strutturale? E quali sono gli strumenti giuridici che potrebbero aiutare ulteriormente i lavoratori in difficoltà?
A nostro avviso sì, si tratta di un problema strutturale. È però importante prestare attenzione quando si parla di rapporti "interpersonali", perché nella maggior parte dei casi non si tratta di conflitti tra pari, bensì di relazioni gerarchiche in cui chi detiene una posizione di potere la esercita in modo abusivo o vessatorio nei confronti dei lavoratori. È proprio questo squilibrio di potere che può degenerare in situazioni di mobbing, fenomeno con cui ci confrontiamo sempre più frequentemente.
Dal punto di vista giuridico, riteniamo che sia necessaria una reale protezione contro il licenziamento. Una tutela più efficace consentirebbe a lavoratrici e a lavoratori di difendere i propri diritti durante il rapporto di lavoro senza il timore di subire ritorsioni o di perdere il posto. Oggi, invece, la paura di esporsi porta spesso a un progressivo deterioramento delle relazioni lavorative, fino a sfociare in una conclusione fortemente conflittuale del rapporto di lavoro. Una protezione più incisiva favorirebbe invece un confronto tra le parti e la ricerca di soluzioni prima che il conflitto diventi insanabile. Dal punto di vista sindacale, è inoltre fondamentale collettivizzare queste esperienze. Affrontare i problemi esclusivamente come controversie individuali rischia infatti di produrre soluzioni limitate al singolo caso. Un'azione collettiva, al contrario, consente di individuare interventi che migliorino le condizioni di lavoro in modo strutturale e a beneficio dell'insieme dei lavoratori.
Studi dimostrano che i conflitti sul lavoro comportano non solo dei costi sociali non indifferenti, ma pure costi per le aziende stesse: calo della produttività, aumento del turnover,… Si tratta dunque di un ambito in cui i datori stanno avendo poca lungimiranza anche per rapporto ai loro stessi interessi?
Sì. Il fatto che questi conflitti siano sempre più gravi, più aspri e sempre più frequentemente legati a casi di licenziamento rende sempre più difficile raggiungere un accordo in sede di conciliazione. A subirne le conseguenze dirette è innanzitutto il lavoratore, che si trova nella posizione più vulnerabile e sopporta il peso del conflitto. Tuttavia, nel lungo periodo, anche le imprese, così come il settore pubblico, finiscono per sostenere i costi di questa crescente conflittualità. Per questo motivo sarebbe nell'interesse di tutti promuovere una gestione del personale più corretta, rispettosa e orientata alla prevenzione dei conflitti, con benefici sia per i lavoratori sia per le aziende.
