Tratto dal Corriere del Ticino
L’8 marzo saremo chiamati alle urne per una scelta che potrebbe trasformare radicalmente il servizio pubblico radiotelevisivo così come lo conosciamo. Il voto sull’iniziativa popolare federale «200 franchi bastano!» deciderà infatti il futuro della televisione nella Svizzera italiana.
A primo acchito, in un contesto dove persone e famiglie sono sempre più toccate dal caro vita senza un adeguamento dei salari che tenga il passo con l’inflazione, l’idea di pagare meno canone può sembrare allettante. Tuttavia, dietro a un apparente risparmio immediato, si nasconde un prezzo molto più alto. Il servizio pubblico radiotelevisivo non è un lusso: è una delle colonne portanti della nostra democrazia. Garantisce informazione indipendente, pluralismo delle opinioni, coesione nazionale e visibilità alle regioni linguistiche minoritarie.
La Svizzera italiana sarebbe fra i territori più penalizzati dal taglio delle risorse. La RSI svolge un ruolo insostituibile nel raccontare la nostra realtà, nel dare voce al territorio e alle sue specificità. Ridurre drasticamente i mezzi significherebbe inevitabilmente meno produzione locale, meno informazione regionale, meno spazio per la lingua e l’identità italiana in Svizzera. Un taglio così radicale dei finanziamenti comporterebbe inoltre inevitabilmente una riduzione significativa dei posti di lavoro qualificati in Ticino. La perdita di questi impieghi non sarebbe facilmente compensabile dal settore privato locale e rischierebbe di innescare una fuga di talenti verso altre regioni o all’estero.
L’impatto di un indebolimento del servizio pubblico non riguarda solo chi lavora alla RSI. È un tema che tocca tutte le lavoratrici e i lavoratori. Quando si riducono investimenti pubblici, si indebolisce l’intero ecosistema economico e sociale. Difendere il servizio pubblico significa difendere occupazione di qualità, competenze e coesione sociale. È una battaglia che va ben oltre una singola azienda e riguarda il modello di società che vogliamo costruire.
È impossibile ignorare le difficoltà economiche che colpiscono molte famiglie: tuttavia, pensare che questa iniziativa garantisca un reale risparmio è illusorio. Se il servizio pubblico venisse ridimensionato, molte prestazioni oggi incluse nel canone dovrebbero essere acquistate sul mercato privato. Il risultato sarebbe una spesa complessiva maggiore e una qualità dell’informazione meno garantita.
Difendere il servizio pubblico non significa difendere lo status quo acriticamente, ma riconoscerne il valore di fondo. Significa anche sostenere la voce della Svizzera italiana, che rischia di diventare sempre più flebile. Dire no all’iniziativa «200 franchi bastano!» è un investimento nella qualità dell’informazione, nella tutela delle minoranze linguistiche e nella solidità della democrazia.
Non spegniamo la nostra voce. Difendiamo un servizio pubblico forte e al servizio di tutti.
