Innanzitutto, volevo salutare tutte e tutti e ringraziarvi per aver aderito così massicciamente alla mobilitazione di oggi. Una risposta compatta della piazza è assolutamente necessaria a fronte della forza utilizzata dagli iniziativisti per affossare il servizio pubblico.
Un sì a questa iniziativa sarebbe un disastro, soprattutto per la Svizzera italiana. Significherebbe stravolgere il servizio pubblico radiotelevisivo così come lo conosciamo. Noi siamo una regione piccola, spesso messa ai margini, ma oggi beneficiamo di un bilancio positivo e senza eguali: versiamo il 4% del canone e ne riceviamo indietro il 22%. È una conquista che non possiamo permetterci di perdere.
Per molte famiglie, 100 franchi all’anno possono essere davvero importanti, soprattutto vista la situazione del mercato del lavoro in Ticino, in cui il costo della vita cresce costantemente senza che i salari tengano il passo con l’inflazione. Si tratta quindi di una preoccupazione più che legittima, che il sindacato rispetta. Ma proprio per questo, l’iniziativa è particolarmente subdola, perché fa perno su una reale difficoltà della popolazione.
Ma quali sono i costi e le conseguenze che si celano dietro quest’iniziativa?
Gli effetti sarebbero pesantissimi: la perdita di migliaia di posti di lavoro – solo nella Svizzera italiana la RSI impiega più di 1’100 persone – una compressione dei salari e un indebolimento dell’economia reale. E alla fine a pagarne il prezzo sarebbero proprio le stesse famiglie che qualcuno dice di voler difendere.
Nel 2022, la RSI ha infatti generato per la Svizzera italiana un valore aggiunto pari a 137.7 milioni di franchi. Se consideriamo anche l’indotto sul territorio, l’impatto economico totale nella nostra regione è di 211.3 milioni di franchi. E qui parliamo di economia reale, non di quella delle grandi associazioni economiche nazionali e dei loro interessi, ma di chi sarà davvero coinvolto da questa iniziativa: ossia, chi crea l’indotto e chi ne beneficia.
L’indebolimento del servizio pubblico non è quindi un problema che tocca solo di chi lavora alla RSI: è un problema che riguarda tutte e tutti noi. Nella sola Svizzera italiana, la RSI genera altri 450 posti di lavoro a tempo pieno presso delle aziende terze, che sarebbero davvero messe fortemente a rischio. Ogni taglio agli investimenti pubblici colpisce quindi l’occupazione nel suo insieme, peggiora le condizioni di lavoro e soprattutto logora l’intero tessuto economico e sociale.
I promotori dell’iniziativa possono ora presentarsi come paladini del potere d’acquisto, ma basta guardare chi compone il fronte per il sì per capire quanto ciò sia privo di qualsiasi logica, al limite del ridicolo. Ci preme infatti sottolineare che le persone che oggi si preoccupano di chi non arriva alla fine del mese, sono le stesse che, da anni, si oppongono sistematicamente, fra le altre cose, a misure di tutela salariale, soluzioni in base al reddito per i premi di cassa malati e al rafforzamento dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.
Questo perché nella realtà l’iniziativa non mira affatto a rafforzare il potere d’acquisto delle famiglie, ma è un subdolo tentativo di minare il servizio pubblico nel suo insieme, per lasciare spazio alle grandi multinazionali dell’informazione privata. Le conseguenze di un’informazione dominata da interessi privati sono ben visibili: dalla gestione sensazionalistica e pruriginosa della tragedia di Crans-Montana, alla manipolazione sistematica dei fatti negli Stati Uniti.
Vogliamo davvero privarci di un’informazione libera, pluralista e indipendente?
Siamo davvero disposti a mettere a rischio migliaia di posti di lavoro, a consegnare il nostro diritto all’informazione nelle mani dei grandi gruppi privati, e a smantellare una realtà radicata nel territorio e al servizio del territorio?
La presenza di tutte e tutti voi in questa piazza mi dà fiducia. Mi fa pensare che no, che nonostante tutto questa comunità non è disposta a svendere ciò che ha conquistato, per ottenere in cambio meno lavoro qualificato e peggio retribuito, meno informazione indipendente, meno cultura e meno coesione sociale.
E oggi lo diciamo ad alta voce: questa battaglia non la vogliamo perdere. La difendiamo insieme, la difendiamo qui e la difendiamo ora. Perché il nostro futuro non si regala e non si svende — e niente e nessuno ce lo porterà via.
Qui il link per vedere tutti gli interventi: https://naufraghi.ch/tutte-le-ragioni-del-no/
