A Cuba la situazione umanitaria è drammatica. Il blocco energetico imposto dall’amministrazione Trump da gennaio, sommato a quello economico in vigore da oltre sessant’anni, sta portando allo stremo la popolazione.
Da gennaio gli Stati Uniti hanno imposto il blocco energetico totale a Cuba. Da quel momento, sull’isola caraibica non è più entrata una goccia di petrolio. Tutti i Paesi del mondo, per paura delle ritorsioni americane, vedi dazi, non hanno osato violarlo. Senza il petrolio, la gente di Cuba sta morendo. Letteralmente. Negli ultimi sette anni, la mortalità infantile è raddoppiata, con una drammatica accelerazione nell’ultimo anno. Secondo il Centro di ricerca economica e politica di Washington (CPER), circa 1'800 neonati sarebbero sopravvissuti tra il 2019 e il 2025 se si fossero mantenute le condizioni sanitarie del 2017-2018. Fino a pochi mesi fa, il sistema sanitario cubano era stato definito dall’OMS “un modello esemplare per tutto il Sud globale”. Da quando è entrato in vigore il blocco energetico imposto da Trump, la situazione è drammaticamente peggiorata.
Negli ospedali l’interruzione di energia può comportare la perdita di vite umane. Nell’ospedale pediatrico El Cerro all’Havana, ad esempio, i blackout energetici possono causare la morte dei piccoli pazienti. Basti pensare alle incubatrici neonatali, che devono essere costantemente alimentate energeticamente. El Cerro, centro nazionale di riferimento per la pediatria dove annualmente vengono curati 45mila pazienti ed è dotato di un reparto di cure intensive in grado di ospitare fino a dodici pazienti, si può facilmente intuire quanto sia vitale il costante flusso di energia nel salvare vite umane. «Nell’ospedale pediatrico El Cerro, può capitare che l’interruzione di corrente accada mentre il paziente è in sala operatoria. A quel punto, i medici e lo staff infermieristico sono costretti ad accendere i cellulari per poter proseguire l’operazione» racconta il dottor Franco Cavalli, fondatore e presidente onorario dell’Associazione per l’aiuto medico al Centro America (Amca), da decenni presente a Cuba.
Una questione di vite umane
Proprio l’ospedale pediatrico El Cerro è al centro di un’azione di solidarietà congiunta tra il sindacato Unia e Amca. Il sindacato sta promuovendo a livello nazionale una raccolta fondi a favore di un progetto di Amca per la posa di un impianto fotovoltaico con accumulatore a batteria sul tetto dell’ospedale pediatrico. Una volta realizzato, l’impianto garantirebbe quasi la metà del fabbisogno energetico dell’ospedale, evitando interruzioni nei reparti più a rischio quali cure intense e pronto soccorso.
L’iniziativa sindacale non si limita a favorire la raccolta fondi del progetto di Amca. Circa una decina di operai militanti sindacali specializzati nella tecnica di costruzione, elettricisti, carpentieri o copertura dei tetti, si recheranno a inizio gennaio per dare un colpo di mano ai colleghi cubani nel realizzare l’impianto a energia solare. «È un progetto concreto umanitario e di solidarietà internazionale nel quale i nostri militanti possono contribuire attivamente mettendo a disposizione le loro competenze professionali durante il tempo libero delle vacanze» spiega Bruna Campanello, membro della direzione nazionale di Unia e responsabile del settore artigianato. «Sul fronte finanziario, speriamo che il nostro appello a sostenere il progetto di Amca possa contribuire a raccogliere i fondi necessari. Naturalmente siamo ben consci delle difficoltà finanziarie delle lavoratrici e dei lavoratori in Svizzera date da un potere d’acquisto sotto costante attacco. Ma diversi singoli piccoli contributi, nella loro totalità, potrebbero rivelarsi di grande aiuto nel salvare vite umane all’ospedale pediatrico» conclude Campanello. (Per chi volesse contribuire, cliccare qui).
La conferma di quanto sia drammatica la situazione a Cuba, arriva dal professor Cavalli di Amca. «Immaginate cosa vorrebbe dire se in Svizzera non arrivasse più petrolio. Sarebbe un disastro, anche per un Paese ricco come il nostro. A Cuba le ripercussioni sono enormi. A Cuba ora c’è la fame. Una cosa mai vista dall’avvento della rivoluzione quasi settanta anni fa. Malgrado le enormi difficoltà legate al blocco economico americano lungo tutti questi decenni, l’abitazione, l’educazione e la sanità erano garantite a tutta la popolazione. L’attuale blocco energetico degli Stati Uniti ci riporta al Medioevo, quando si tagliavano acqua e viveri alle città assediate. Ora si taglia il petrolio alla nazione assediata. Un fatto indubbiamente contrario al diritto internazionale senza che nessun Paese dica qualcosa».
Roco, un ticinese nella brigata
All’inazione dei governi, risponde l’azione popolare. Tra i militanti di Unia in partenza per Cuba, ci sarà anche un ticinese. Roco Cellina, elettricista con un passato di consigliere comunale a Locarno dal 2002 al 2012 prima come rappresentante del Partito del Lavoro poi per due legislature con il gruppo PS sotto il cappello PDL e, dopo il cambio nome, Partito Comunista.
Quando gli chiediamo cosa l’ha spinto ad aderire all’iniziativa, non ha dubbi: «Sono felice di poter dare un contributo di concreto quale gesto di solidarietà verso il popolo cubano. Un popolo da decenni in sofferenza, soprattutto per l’embargo costante a cui sono stati sottoposti, ma nulla di paragonabile alla situazione drammatica attuale. A motivarmi vi è senza dubbio l’aspetto umanitario di contribuire a dotare dell’infrastruttura energetica necessaria un ospedale dove si curano i bambini. È assurdo che dei bambini paghino le conseguenze del brutale blocco energetico. Certo, vi sono anche delle colpe dei governanti locali. È incomprensibile il ritardo accumulato da Cuba nell’energia solare quale alternativa alla fortissima dipendenza che hanno dall’energia fossile. Ora però non è il momento di recriminare, ma di agire. E per questo vorrei portare il mio contributo». Cellina ha tutte le carte per poter partecipare alla brigata di militanti sindacali. «Quando è uscita la proposta di Unia, ho detto alla mia compagna: parlo lo spagnolo, sono elettricista, sono comunista e membro di Amca. Non posso non andare». Per le due settimane di permanenza sull’isola, Roco utilizzerà le sue vacanze. «Avendo sessant’anni, ho diritto a 30 giorni di ferie. Usarne una decina per portare solidarietà concreta dal profilo umanitario, mi sembra un’ottima cosa». Come dargli torto?
